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Google Bard: il “crollo” in borsa, il gigantismo di G e la sua “lentezza”
DukeRem9 febbraio 2023
Google ieri ha perso in borsa 120 miliardi di dollari. Questo è successo a seguito della presentazione di Bard, cioè il sistema che dovrebbe rivaleggiare (e potenzialmente superare ChatGPT). Il motivo sarebbe apparentemente un errore commesso da Bard nel rispondere ad un prompt dell’utente, ma di seguito analizziamo meglio quanto accaduto, per cercare eventuali motivazioni più profonde, nella stessa strategia - per una volta non ottimale - di Big G. Google after Bard Google value after Bard’s presentation Google è abituata, da molti anni, ad essere first mover e leader di mercato. Da quando ha “stravolto” in mondo delle ricerche internet. Prima c’erano WebCrawler, Lycos, Infoseek…ormai ampiamente dimenticati. Poi arrivarono Yahoo e AltaVista. Ma poi vi fu Google. Un successo tale da rendere tutti gli altri irrilevanti. Ricordo ancora quella schermata antica, molto semplice eppure così potente, con il tasto “Mi sento fortunato”, a fianco di quello tipico di ricerca, in grado di restituire direttamente la pagina che, più probabilmente secondo gli algoritmi del motore, avrebbe destato l’interesse del cercatore. Il successo di Google è stato infatti dovuto agli algoritmi proprietari di ranking, in particolare quello noto come PageRank.  Si tratta di un aspetto cruciale dell’algoritmo di ricerca di Google, che aiuta a determinare la rilevanza e l’importanza delle pagine web all’interno del suo indice. L’algoritmo valuta il numero e la qualità dei link che puntano ad un particolare sito web e utilizza queste informazioni per classificarlo rispetto ad altri siti. Il punteggio PageRank di una pagina web è determinato dalla sua rilevanza per una ricerca specifica e dalla sua rilevanza rispetto ad altre pagine web (meccanismo comparativo). Il punteggio viene utilizzato da Google per ordinare i risultati di ricerca e presentare le pagine web più rilevanti ed autorevoli agli utenti. Il PageRank funziona trattando ogni link a un sito web come un voto di fiducia nei confronti del contenuto di quel sito web. Più voti riceve un sito web da altri siti web, maggiore sarà il suo “punteggio”. Tuttavia, anche la qualità del sito web che fa il link influisce nella determinazione del ranking. Ad esempio, un link da un sito web altamente autorevole avrà un maggiore impatto sul punteggio PageRank di un sito rispetto ad un link proveniente da una fonte meno autorevole. L’algoritmo PageRank di Google viene costantemente aggiornato per garantire che i risultati di ricerca rimangano rilevanti ed utili per gli utenti. Tiene in considerazione una varietà di fattori, tra cui la rilevanza del contenuto della pagina nel tempo, la qualità e rilevanza nel tempo dei siti web che linkano e così via. L’algoritmo considera anche la popolarità e l’utilizzo di una pagina web, nonché la sua rilevanza rispetto ad altre pagine all’interno dell’indice di Google. Questo meccanismo ha permesso non solo a Google di diventare il leader indiscusso di mercato, ma anche e soprattutto di poter imporre tendenze e trend nel corso degli ultimi 20 anni almeno. Tuttavia, anche i meccanismi migliori a volte si inceppano; è notizia di ieri che Alphabet Inc., la holding che gestisce i progetti di Google, abbia perso in borsa ben il 9% in una sola giornata. Il problema dietro questo “disastro” borsistico si chiama ChatGPT. O, meglio, è dovuto al modo in cui Google ha affrontato l’intero tema dell’AI. Tutto inizia (o almeno diviene noto) poco più di 6 mesi fa, quando Lemoine Blake, un ingegnere di Google, assurge agli onori della cronaca per aver dichiarato che un prodotto in fase di testing di Google avrebbe sviluppato una forma di coscienza. Originariamente assunto per testare un nuovo prodotto (a cui allora si faceva riferimento come LaMDA) per evitare che esso usasse un linguaggio inappropriato, l’ingegnere presto si convinse – del tutto infondatamente – che l’algoritmo avesse molte più doti rispetto a quelle desiderate. In un’intervista, Lamoine affermò: “Se non sapessi esattamente che si tratta di questo programma informatico che abbiamo appena costruito, penserei che fosse un bambino di 7 o 8 anni che conosce la fisica”. Si spinse poi oltre, affermando che LaMDA stava diventando senziente. Il portavoce di Google rapidamente replicò a queste affermazioni con questo messaggio: “Il nostro team, composto da esperti di etica e tecnologia, ha valutato le preoccupazioni di Blake in base ai principi sull’AI e l’ha informato che le prove non supportano le sue affermazioni. Gli è stato detto che non c’era alcuna prova che LaMDA fosse senziente (e molte prove, invece, a sfavore)”. L’ingegnere fu in seguito sospeso e di lui, ad oggi, non si hanno notizie specifiche, né è rilevante per questo approfondimento. Quello che conta, è che questo siparietto mediatico avveniva ben prima che ChatGPT, di OpenAI divenisse virale, finendo per occupare notizie di cronaca quotidianamente. Questo è molto importante, perché ci mostra come Google avrebbe potuto anticipare ChatGPT o comunque controbatterla prontamente, se solo avesse voluto diffondere il sistema in versione beta. Invece, ha atteso sino ad oggi per parlare pubblicamente di Bard (questo il nome ufficiale del prodotto, basato appunto su LaMDA). LaMDA è dunque l’algoritmo probabilistico che, sulla base della sequenza di termini e del prompt, genere un output verosimile (come il GPT su cui appunto è basata chatGPT). La differenza rilevante tra i due, evidenziata da Google, è che il suo Bard dovrebbe avere la possibilità di confrontare il proprio output con i documenti in rete, mentre sappiamo che chatGPT è “fermo” al 2021. Ci dovrebbe dunque essere un miglior responso, dovuto alla maggiore attualità delle fonti, ma anche più verosimiglianza, dato che ben sappiamo quanto chatGPT possa essere “mendace”. Tutto ciò premesso, arriviamo al patatrac. Avremmo potuto immaginare che, con la presentazione di Bard, le azioni di Google sarebbero salite. Come mai invece questo tracollo? Per tre motivi principali:
  1. Quello maggiormente noto ed evidente è stato un errore commesso da Bard nella dimostrazione pubblica. Questo si perdona facilmente a ChatGPT, che è stato presentato come un prodotto beta, in fase di testing, rilasciato solo per farlo sperimentare alle persone. Molto meno si perdona alla grande G, almeno non dopo l’attesa e soprattutto la reputazione di cui l’impresa è portatrice.
  2. Un aspetto più operativo: Bard per ora è solo aperto a pochissimi beta testers. Le persone comuni non lo possono ancora utilizzare, quindi l’annuncio sa molto di “vorrei, ma ancora non posso”, soprattutto alla luce del punto 1.
  3. Il punto tre è una concausa della perdita in borsa, ma anche e soprattutto la causa di quanto avvenuto al punto 1. Google ha gestito molto male, finora, la partita sulla AI. Da quello che avrebbe potuto essere un vantaggio (da first mover) essa ha preferito attendere e, anzi, bloccare più possibile le comunicazioni relative al suo prodotto, come ha insegnato la vicenda di Blake. In altre parole, si è trovata a recuperare il terreno perduto in uno scenario dove tutti parlano di quello che, ormai, è un agguerrito competitor. Ha agito sotto pressione e ha, palesemente, fatto un errore di comunicazione.
Sono assolutamente convinto che questa sia solo una fase e che non andrà ad impattare significativamente sulla posizione di Google nel breve e medio periodo, anche se mi pare chiaro che, ora, Big G non è più l’unico gallo nel pollaio. Il mondo della AI avrà un effetto probabilmente dirompente in molti ambiti e per questo, dominarlo, è ora cruciale come fu (e tuttora è) dominare le ricerche di internet. Resta ancora da chiedersi a cosa sia stato dovuto questo atteggiamento cauto, questa “lentezza” nel portare al grande pubblico un nuovo prodotto potenzialmente dirompente. Questa difficoltà nel vedere il pericolo imminente di un nuovo entrante su un mercato potenzialmente così importante. Forse all’eccessiva rigidità di un’organizzazione così grande e dotata ormai di una reputazione così solida. O probabilmente il motivo è proprio da ricercarsi in quanto avvenuto con Blake; il prodotto AI di Google sarebbe stato sotto i riflettori, dopo quelle dichiarazioni ed il conseguente clamore. OpenAI avrebbe dunque colto l’attimo, inserendosi in una “tempesta perfetta” nei confronti di Google e sfruttando il momento di grande clamore mediatico delle AI “quasi senzienti” (che, come ormai ben sappiamo, sono ben lungi dall’esserlo…o, almeno, sono tanto senzienti quanto un prestigiatore è magico). La strategia di OpenAI va anche analizzata, dunque, per capire meglio dove Google abbia sbagliato. Ha infatti gestito in maniera esemplare il lancio di OpenAI, apparentemente sottotono, senza nemmeno curarsi di dare al proprio prodotto un brand “allettante” (ChatGPT è davvero tecnico). Inoltre hanno chiaramente indicato come tale prodotto fosse in versione beta, un proof-of-concept decisamente perfettibile, che avrebbe potuto commettere errori, anche grossolani o gravi. Tutto ciò è scritto a chiare lettere nella pagina iniziale, che ci mette in guardia da tutti gli aspetti potenzialmente negativi. Nonostante questo, ChatGPT è un successo strabiliante. E Bard, invece, per ora ha fatto perdere 120 miliardi alla capitalizzazione di Google.