Il silenzio dei chip: la Cina chiude le porte a Nvidia | | | | Turtles AI
Pechino ha imposto alle big tech locali lo stop all’acquisto dei chip Nvidia, puntando a emanciparsi nella produzione di semiconduttori. La decisione, guidata dalla Cyberspace Administration of China, consolida la strategia nazionale per ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
Punti chiave:
- Stop all’acquisto dei chip Nvidia imposto dal regolatore cinese
- Colossi come Alibaba e ByteDance coinvolti nella misura
- I chip cinesi ritenuti ormai all’altezza dei modelli Nvidia autorizzati
- Obiettivo: rafforzare l’autonomia industriale e competere con gli USA
La mossa è arrivata silenziosa ma perentoria: la Cyberspace Administration of China ha bussato alle porte delle più grandi aziende digitali del Paese, da Alibaba a ByteDance, intimando di sospendere ordini e sperimentazioni legati alla RTX Pro 6000D, il processore disegnato da Nvidia su misura per il mercato cinese. Non si tratta di un divieto isolato o temporaneo, bensì di un segnale preciso che sposta il baricentro della competizione globale: secondo le valutazioni delle autorità di Pechino, i semiconduttori prodotti internamente da gruppi come Huawei, Cambricon, Baidu e gli stessi giganti dell’e-commerce hanno ormai raggiunto un livello prestazionale paragonabile e in alcuni casi superiore a quello delle versioni Nvidia che la Casa Bianca aveva autorizzato a varcare i confini cinesi. Le aziende che fino a poche settimane fa erano pronte a investire in decine di migliaia di unità hanno ricevuto l’ordine di fermare i lavori con i fornitori di server collegati a Nvidia, mettendo in stand-by test e validazioni già avviati. È un ulteriore passo oltre le precedenti restrizioni sul chip H20, anch’esso confezionato apposta per aggirare i limiti imposti da Washington durante l’amministrazione Biden. Ora il messaggio che trapela dalle stanze di Pechino è inequivocabile: non ci sarà alcun ritorno a forniture americane in attesa di miglioramenti geopolitici, perché la rotta è ormai segnata verso una filiera domestica capace di sostenere la domanda di AI. Proprio mentre il CEO di Nvidia, Jensen Huang, dichiarava a Londra la propria delusione per la chiusura del mercato cinese e confidava in colloqui con Donald Trump sul futuro dei rapporti bilaterali, i regolatori convocavano i protagonisti della scena tech per sondare i progressi dell’industria locale. A detta degli esperti interpellati, entro il prossimo anno la produzione di chip AI cinesi potrebbe triplicare, rendendo superfluo l’acquisto di unità Nvidia persino nelle versioni “attenuate” create per rispettare i controlli statunitensi. Emblematico il caso della RTX Pro 6000D, presentata lo scorso luglio da Huang a Pechino come cavallo di Troia per mantenere un canale aperto con la seconda economia mondiale: è stata proprio lei l’ultima ad essere travolta da un provvedimento che chiude un’epoca di cooperazione e segna l’avanzata di una nuova autarchia tecnologica.
Una partita che si gioca tutta tra le linee sottili di algoritmi e transistor, con due superpotenze che misurano la propria forza non sui campi di battaglia, ma nei laboratori e nelle sale server.


