BimOPS, un progetto innovativo di manutenzione predittiva in collaborazione con Università di Genova. Intervista a Stefano Arnoldi | Festina Lente - Notizie, recensioni e approfondimenti sull’intelligenza artificiale | Turtles AI

BimOPS, un progetto innovativo di manutenzione predittiva in collaborazione con Università di Genova. Intervista a Stefano Arnoldi
Il progetto BimOPS è protagonista di un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Economia, Università di Genova
DukeRem25 novembre 2025

Oggi, per le interviste esclusive di Turtle’s AI, abbiamo il piacere di ospitare l’architetto Stefano Arnoldi, Innovation Manager di A360 SPM srl SB e socio fondatore della rete Arkytec 360, una delle realtà più dinamiche nel panorama italiano della digitalizzazione del costruito e della gestione del ciclo di vita delle opere.

Figura di riferimento nell’integrazione tra progettazione, tecnologie avanzate e processi operativi, Arnoldi è da anni impegnato nello sviluppo di modelli innovativi per infrastrutture più sicure, sostenibili e intelligenti.

L’intervista ruota attorno a BIMOPS!, il progetto di ricerca che unisce Building Information Modeling, sensori IoT, algoritmi di intelligenza artificiale, machine learning e strumenti di simulazione per creare un nuovo standard nella manutenzione predittiva e nei processi decisionali applicati alle opere pubbliche e private. Un progetto che si intreccia con il dottorato PLADEM dell’Università di Genova e con l’impegno diretto di Arkytec 360 e A360 nel portare l’innovazione dalla teoria alla pratica.

Per i lettori di Turtle’s AI, sarà l’occasione per esplorare da vicino e in esclusiva un’iniziativa che mette insieme ricerca scientifica applicata, tecnologia, competenze e visione, e che mira a ridefinire il rapporto tra infrastrutture, territorio e bene comune.

Buona lettura e, come sempre, è gradita la condivisione sulle Vostre piattaforme!

 

Turtle’s AI: Partiamo da BIMops: come racconteresti in modo semplice l’idea centrale del progetto e il suo valore per chi non conosce BIM, IoT, AI e digital twin?

Stefano Arnoldi: BIMops è un sistema che permette alle opere (ponti, strade, scuole, edifici pubblici) di farci sapere da sole quando qualcosa non va. E non lo fanno con parole difficili o codici tecnici: lo fanno come un bambino, che non spiega… non racconta… non analizza… Ti guarda, punta il dito su qualcosa e fa solo: “Ops!” Un “ops” così semplice, innocente, senza allarmismi, ma con quella sincerità che ti fa capire che è meglio intervenire subito.

È questo il cuore di BIMops: l’opera che, grazie a varie tecnologie riesce a farti notare un cambiamento prima che diventi un problema e un rischio. Come un bambino che non sa parlare, ma ti avvisa lo stesso.

 

Turtle’s AI: Il problema da risolvere: qual è l’esigenza concreta - sicurezza, manutenzione, gestione del rischio - che BIMops punta a trasformare in un nuovo standard operativo?

Stefano Arnoldi: Il primo problema da risolvere è culturale. Per anni abbiamo pensato alle opere pubbliche o private come qualcosa che “si gestisce quando serve e quando abbiamo le risorse”, spesso solo quando compare un problema evidente e si genera emergenza. Oggi invece le norme, dal Codice Appalti, il D.Lgs. 36/2023, alla Direttiva EPBD, che andremo a recepire, ci chiedono di cambiare mentalità: dobbiamo ragionare sull’intero ciclo di vita, prevedere, monitorare, prevenire.

Il secondo problema riguarda proprio le opere: molte sono vecchie, stanche, nate in un mondo analogico. Sono opere che non “parlano” da sole: non mandano segnali, non si fanno capire finché la criticità non è già avanzata.

BIMops vuole trasformare tutto questo in un nuovo standard operativo: fare in modo che le opere che usiamo tutti i giorni - edifici, infrastrutture o reti - possano finalmente far sentire la loro voce, grazie al digitale, ai sensori, all’AI, alla blockchain e agli smartcontract.

Non devono spiegare nulla in modo complesso: devono solo riuscire a dirci quel piccolo “Ops!” che ci fa capire che qualcosa sta cambiando.

L’obiettivo è passare da una gestione reattiva a una gestione proattiva e predittiva, dove la sicurezza e la manutenzione non dipendono più dal caso, ma da informazioni continue e affidabili. È questo il nuovo standard che stiamo costruendo.

 

Turtle’s AI: Il viaggio dei dati: come interagiscono BIM, sensori IoT, algoritmi di AI/ML, blockchain e smart contract nel flusso che porta dai rilievi fisici alla decisione finale?

Stefano Arnoldi: Il viaggio dei dati in BIMops funziona così: si parte dalla realtà fisica dell’opera con rilievi, misure, controlli. Tutto questo entra nel BIM, che è il contenitore ordinato di tutte le informazioni dell’opera: dagli schizzi a mano fino al 3D.

Poi arrivano i sensori IoT, che ascoltano ogni giorno come l’opera si comporta davvero.

Oggi molti sensori hanno già una loro intelligenza: capiscono se un dato è strano, se c’è una vibrazione diversa, se la temperatura cambia in modo anomalo. Ma questa è un’intelligenza verticale: ogni sensore vede solo il suo pezzetto.

Per capire davvero cosa succede all’opera serve un’AI “orizzontale”, un livello più alto che mette insieme tutti i dati, incrocia le informazioni e scopre cose che nessun sensore, da solo, potrebbe vedere. Spesso le anomalie nascono proprio dalla lettura incrociata: un piccolo segnale qui, un micro-cambiamento lì, e insieme fanno capire che qualcosa sta iniziando.

La blockchain registra gli eventi importanti e garantisce che nessuno li possa modificare: tracciabilità, trasparenza, responsabilità.

Gli smart contract attivano azioni automatiche quando serve: avvisi, controlli, verifiche, richieste di manutenzione. Il risultato è un flusso continuo e semplice: la realtà genera dati → i sensori li raccolgono → l’AI li interpreta → il sistema registra gli eventi → e ti dice cosa fare.

In pratica, BIMops permette all’opera di far sentire la sua voce, in modo chiaro e tempestivo, molto prima che un problema diventi un rischio.

 

Turtle’s AI: L’anima predittiva: quali modelli e analisi intendete utilizzare per anticipare guasti, rischi e criticità lungo il ciclo di vita delle infrastrutture?

Stefano Arnoldi: L’anima predittiva di BIMops è molto semplice da spiegare: non cerchiamo di indovinare il futuro, cerchiamo di capirlo un attimo prima. Quel famoso istante in cui l’opera, invece di “rompersi all’improvviso”, ti manda un segnale debole, quasi impercettibile. Per farlo utilizziamo modelli che servono a tre cose molto pratiche:

1) Capire quando un comportamento cambia: Non è importante il valore assoluto di un dato, ma il suo cambiamento. L’AI impara come l’opera si comporta in condizioni normali e rileva subito quando qualcosa si discosta dal solito. Questa è la prima forma di previsione: accorgersi di un cambiamento appena nasce.

2) Vedere il ritmo con cui evolve un fenomeno: Un’anomalia può essere innocua se resta stabile, ma può diventare critica se accelera. I nostri modelli stimano la velocità del cambiamento, cioè se un piccolo “ops” rischia di diventare un problema vero nel breve periodo.

3) Collegare segnali che, presi da soli, non dicono nulla. Qui sta la vera parte predittiva: mettere insieme vibrazioni, micro-movimenti, temperatura, umidità, traffico, condizioni esterne. Singolarmente sono rumori; insieme raccontano una storia. È la lettura orizzontale dei dati che permette di anticipare i rischi.

 

Turtle’s AI: Tecnologia come bene comune: in che modo AI e digital twin, se ben progettati, possono diventare uno strumento di interesse pubblico e non un vantaggio per pochi?

Stefano Arnoldi: Il 20-21 novembre ero al MeRIT, il workshop internazionale Megaprojects Research Interdisciplinary Team, che quest’anno si è tenuto a Piacenza presso l’Università Cattolica, in occasione degli Stati Generali di AssoPM - l’associazione italiana dei Project Manager, Innovation Manager e Sustainability Manager.

Lì è emerso un tema molto chiaro per chi gestisce progetti complessi: le decisioni nelle opere pubbliche e private sono spesso influenzate dagli interessi particolari e contrapposti di Committenti e Operatori economici, più che da una valutazione oggettiva dei rischi e del valore per gli stakeholder.

E chi rimane fuori da questo schema? Gli stakeholder silenziosi: gli utenti che vivranno l’opera, le comunità circostanti, e tutti coloro che subiscono gli effetti delle decisioni senza partecipare ai processi decisionali.

Ecco perché AI e digital twin, se progettati correttamente, diventano strumenti di interesse pubblico: perché riportano la gestione sul terreno dei dati reali, della trasparenza e della misurazione continua delle performance.

Una tecnologia che monitora un ponte, una galleria, un edificio o una frana accanto a una strada; che intercetta i segnali deboli; che legge e aggiorna in tempo reale il valore dinamico dell’opera, non la sua fotografia statica, e che permette di stimare il suo valore economico-sociale nel tempo, consente di ridurre il rischio per tutti gli stakeholder, non solo per chi costruisce o gestisce.

Riduce il rischio per gli utenti, riduce il rischio per l’Ente, riduce il rischio per l’Impresa o il Concessionario che ne ha la gestione, e riduce il rischio anche per gli azionisti, perché limita sorprese, costi imprevisti, contenziosi e perdita di valore dell’asset.

È qui che la tecnologia diventa davvero bene comune: quando non serve a far prevalere un interesse di parte, ma a mitigare il rischio sistemico e a migliorare il valore condiviso generato dell’opera per tutta la sua vita. Questa è la differenza: non un vantaggio per pochi, ma un beneficio distribuito a tutti gli stakeholder.

 

Turtle’s AI: Il ruolo del PLADEM: perché avete scelto il dottorato in Planning and Decision Methods dell’Università di Genova come perno accademico del progetto BIM OPS?

Stefano Arnoldi: Abbiamo scelto il PLADeM perché è uno dei rari programmi che unisce davvero ingegneria, dati, rischio, economia, AI e valore sociale. È la combinazione che serve per dare voce alle opere e trasformare quel piccolo “ops” in una decisione tempestiva, fondata e responsabile.

E poi c’è Genova. È una ferita che ha toccato tutto il mondo, non solo l’Italia. Una città che porta una responsabilità che è tecnica, ma anche etica e morale. Genova. e in realtà tutto il Paese, lo deve alle vittime e alle famiglie del Morandi: quella tragedia è una lezione appresa, da trasformarsi in conoscenza, metodo e prevenzione.

Ma anche la Liguria, con la sua conformazione unica fatta di ponti, viadotti, gallerie, frane, colline e mare, che ospita turisti, è un laboratorio naturale per sviluppare modelli decisionali basati sui dati reali, sui segnali deboli, non su emergenze.

Qui la ricerca non può essere accademia astratta: deve diventare responsabilità verso il passato e investimento sul futuro.

Ma c’è un altro punto che per noi è fondamentale. Al MeRIT e agli Stati Generali di ASSOPM abbiamo presentato e approvato il Codice Etico e Deontologico dei Project Manager, un lavoro al quale ho avuto l’onore di contribuire personalmente in uno dei gruppi di lavoro. E quel Codice non è un documento formale: è un manifesto professionale e civico.

Ricorda che chi gestisce progetti complessi non ha solo un dovere tecnico: ha un dovere civile, culturale e morale. Perché un ponte, una scuola, una casa o una galleria non sono solo “progetti di manutenzione”: sono luoghi di vita. E una decisione sbagliata, tardiva o presa senza dati può cambiare la vita di migliaia di persone.

Il Codice è molto chiaro:

• ogni progetto è una comunità di destino;

• le decisioni devono essere trasparenti, basate sui dati e orientate al bene comune;

• dati, AI e gemelli digitali devono essere gestiti con qualità, tracciabilità, controllo umano e tutela della persona;

• l’innovazione non può mai trasformarsi in rischio sistemico.

In una città come Genova, che ha imparato nel modo più duro cosa significa “non ascoltare” un’opera, questa non è retorica: è un obbligo morale.

Per questo dico che BIMops non è solo tecnologia. È il modo concreto con cui trasformiamo quei principi etici in una pratica quotidiana, riducendo rischi, anticipando segnali deboli e consentendo alle opere di raccontarci, con un semplice “ops”, che è il momento di intervenire.

PLADEM, Genova e BIMops condividono lo stesso obiettivo: prevenire anziché rincorrere, comprendere anziché improvvisare, decidere con dati anziché con emergenze. È la responsabilità che chiunque si occupi di luoghi di vita e lavoro ha verso le comunità che vivono le opere: garantire la sicurezza. E la sicurezza non è solo una percezione. È una realtà concreta: strutture che cedono, soffitti che crollano nelle scuole, palazzi che si sgretolano, buche che provocano incidenti, infrastrutture che non reggono la prova del tempo. Le cronache lo raccontano ogni giorno. Non è allarmismo: è statistica, è storia recente, è l’evidenza dei fatti. E quando i fatti parlano, chi progetta, gestisce o governa le opere ha il dovere di ascoltare ed agire per il bene comune.

 

Turtle’s AI: Il lavoro sul campo: quali dataset, infrastrutture e casi reali immagini come primo terreno di ricerca per il dottorando BIM OPS?

Stefano Arnoldi: Il lavoro sul campo sarà centrale fin dal primo giorno. Non vogliamo che il dottorando lavori su modelli astratti: vogliamo che lavori sulle opere vere, nei territori e nei cantieri dove i problemi si manifestano davvero.

Le opere iniziali arriveranno, ma non voglio svelarle qui: saranno infrastrutture significative, in contesti complessi, dove l’innovazione può fare una differenza concreta.

Quel che posso dire è che i problemi che affronteremo non sono eccezioni: sono il comportamento prevalente, riconosciuto da tutta la letteratura internazionale sui megaprogetti (Flyvbjerg), dalla PM community (Ika, Huemann) e dalle analisi di Censis, ANAC e Corte dei Conti, che parlano di una manutenzione insufficiente nel 70–90% delle opere.

Dati alla mano - e sono dati consolidati:

• Strade: +15% di extra costi, +40% di ritardi.

• Ferrovie: +35% di extra costi, +32% di ritardi e –23% di benefici reali.

• Edifici pubblici: +57% di extra costi, +29% di ritardi.

• Benefici mancati: –4% nelle strade, –23% nelle ferrovie, –5% negli edifici.

Questi numeri non rappresentano eccezioni, ma comportamenti sistemici. Descrivono la grande maggioranza del nostro patrimonio costruito - possiamo dire l’80% -: opere nate in un’epoca analogica, oggi stanche, sovraccariche, fragili, prive di una voce propria e senza un monitoraggio continuo. Ed è proprio su queste opere che il dottorando BIMops lavorerà. Perché la ricerca, per noi, non è un esercizio accademico: è un modo concreto di ridurre il rischio e migliorare la vita delle persone.

 

Turtle’s AI: La rete Arkytec 360: come cambia un dottorato quando, accanto all’università, c’è una rete di professionisti e imprese che porta cantieri, dati e competenze reali?

Stefano Arnoldi: Cambia radicalmente. Perché Arkytec 360 non è un’azienda, ma una Rete Soggetto formalmente costituita, con un contratto di rete, un Organo Comune e un programma operativo condiviso.

La rete è giovane perché, per anni, abbiamo vissuto in un vero e proprio vuoto normativo sul ciclo di vita delle opere: mancava un quadro chiaro che integrasse progettazione, costruzione, esercizio, manutenzione e dismissione.

Solo con le norme recenti - dal Codice dei Contratti al quadro europeo sulla sostenibilità - è diventato finalmente possibile strutturare modelli collaborativi come le Reti Soggetto e lavorare in modo organico su tutto il ciclo di vita.

E il nome “Arkytec” è semplicemente la sintesi della sua identità, nata il 23 dicembre 2005 - quindi parliamo di quasi vent’anni di presenza sul mercato - e oggi più attuale che mai: architettura, intesa nella sua radice originaria, quando raccoglieva in sé tutte le arti tecniche; Kyoto, come richiamo ai principi di sostenibilità, responsabilità e impegno verso il pianeta; e tecnologia, cioè l’innovazione che permette alle opere di evolvere, comunicare e parlare attraverso i dati.

Ma il valore autentico non sta nel nome: sta nei partner che la compongono.

 

Turtle’s AI: I giovani del progetto: quali competenze - tecniche e umane - consideri fondamentali per chi vuole lavorare su AI, appalti, digitalizzazione e smart city?

Stefano Arnoldi: Qualunque cosa vediamo o tocchiamo nella città è analogico. La città è analogica perché fatta di materia - cemento, ferro, mattoni, pietra - e quella materia risponde a fattori analogici: degradazione, umidità, carichi, tempo, uso, clima.

Ponti, gallerie, scuole, strade, edifici… non sono digitali. Il rischio è analogico. Il danno è analogico. La manutenzione è analogica.

La digitalizzazione serve a leggere meglio ciò che accade nella realtà, non a sostituirla. Il digitale è potentissimo, ma solo se poggia sulla nostra capacità analogica: se questa manca, il digitale non migliora le opere - amplifica gli errori. La tecnologia accelera tutto, ma non può sostituire la consapevolezza.

Proteggere opere analogiche significa proteggere anche la parte analogica del mestiere: la capacità di capire, valutare, dubitare, decidere. Perché se perdiamo questa parte, il digitale smette di essere un progresso e diventa soltanto una scorciatoia.

E quindi, da quasi cinquantenne della Generazione X, ai giovani della Generazione Z dico due cose molto semplici:

La prima cosa che deve capire un giovane è che la tecnologia è un mezzo, non il fine. Per costruire le smart city stiamo aggiungendo layer digitali alla città, ma la città resta analogica: è un organismo vivo fatto di persone, spazi, tempi, rischi, fragilità, opportunità.

AI, BIM, IoT, digital twin, sensori, piattaforme sono strumenti straordinari, ma restano strumenti. Non sono la materia. Non sono il metodo. Non sostituiscono la responsabilità umana. Il digitale serve a vedere meglio, non a smettere di pensare.

2. Le “power skill”: saper fare anche in analogico. Un giovane deve saper tornare all’analogico in qualsiasi momento. Faccio sempre un esempio molto concreto: un blackout. Se va via la corrente e il progetto non si può fermare, devi saper continuare lo stesso: capire l’opera, ragionare sulle alternative, stimare, disegnare, prendere decisioni.

Non puoi dipendere da un software che ti propone soluzioni preconfezionate o ti suggerisce flag da cliccare. Questo è ciò che riaccende il pensiero critico: la capacità di capire perché un’opera funziona, non solo come si modella. Perché un professionista che non sa lavorare senza software non sa governare davvero il digitale.

Le competenze umane fondamentali oggi sono dieci.

1. Pensiero critico: La base di tutto: saper analizzare, verificare, dubitare, validare.

2. Visione sistemica: Capire l’opera come ecosistema: utenti, rischi, manutenzione, ciclo di vita.

3. Responsabilità ed etica professionale: Il “perché” facciamo le cose: l’opera al servizio delle persone, non del portafoglio.

4. Ascolto attivo: Territorio, cittadini, imprese, contesto: senza ascolto non c’è qualità.

5. Capacità di dialogo e negoziazione: Saper parlare con PA, imprese, tecnici, giuristi, stakeholder diversi.

6. Interdisciplinarità naturale: Integrare competenze e linguaggi: ingegneria, economia, diritto, digitale.

7. Problem solving concreto: La capacità di agire quando qualcosa va storto: decisione, pragmatismo, lucidità.

8. Capacità di lavorare anche in analogico: Il blackout test: andare avanti anche senza software, rete, tool.

9. Capacità di “rubare il mestiere”: Imparare dai senior: osservare come ragionano, come decidono, come evitano errori.

10. Non restare chiusi nel silos: Portare la propria competenza dentro il sistema, non difendere un pezzetto del mondo.

 

Turtle’s AI: Perché la Liguria è un laboratorio ideale? Cosa rende il territorio così adatto a testare modelli predittivi e gemelli digitali, tra porti, viadotti e reti complesse?

Stefano Arnoldi: La Liguria è uno dei pochi territori dove convergono mare, montagna e altissima densità urbana nello spazio di pochi chilometri. Questo genera un microclima unico, impossibile da replicare artificialmente, che incide in modo diretto e misurabile sul degrado delle opere.

Ed è proprio questa complessità che rende la Liguria il luogo ideale per testare sensori, modelli predittivi e gemelli digitali: perché qui i segnali deboli emergono prima, i materiali si degradano più velocemente, le anomalie sono più “rumorose”, e la lettura dei dati è molto più sfidante. Se un modello funziona in Liguria, funziona ovunque.

 

Turtle’s AI: Il dialogo con la PA: cosa serve - in termini di cultura, competenze e processi - perché enti pubblici e stazioni appaltanti adottino davvero AI, BIM e digital twin?

Stefano Arnoldi: AI, BIM e digital twin sono strumenti della gestione delle informazioni, uno dei processi fondamentali della ISO 21502. Non sono “digitalizzazione” in senso astratto, non sono un fine, non sono un obbligo da adempiere. Sono strumenti operativi per supportare decisioni migliori, rendere i dati affidabili, creare continuità informativa, prevenire errori, trasformare le opere in sistemi intelligenti che possono davvero “parlare”.

Ma tutto questo ha un presupposto: la cultura del ciclo di vita. Gran parte della PA, con molte eccezioni virtuose, ragiona ancora sul progetto in sé: si progetta, si appalta, si inaugura. Il digitale richiede l’opposto: ragionare sui 30–50 anni di vita dell’opera, sui suoi segnali deboli, sulla manutenzione continua. È ciò che chiedono le norme: il D.Lgs. 36/2023, la Direttiva EPBD e l’intero quadro europeo sulla qualità delle informazioni.

Finché non cambia questa cultura, nessun digital twin può aiutare davvero. Per questo il PM dell’impresa e il RUP della PA devono condividere lo stesso metodo: la ISO 21502, citata nell’allegato del Codice Appalti, che è la base del project management moderno. L’unico modo concreto per farlo è la formazione congiunta, come quella promossa dai docenti del MeRIT. Se RUP e PM parlano linguaggi diversi, il digitale diventa un ostacolo, non un acceleratore.

E infine un punto decisivo: la PA non può fare tutto da sola. Ha bisogno di atenei, professionisti e imprese competenti, di partnership fondate sulla fiducia e sul know-how reale. E qui c’è il salto culturale più grande: deve scalare il livello della decisione, uscire dal terreno degli interessi particolari, che spesso diventano conflitto, ritardo e varianti, e tornare saldamente sul terreno delle norme e del bene comune. Solo così gli strumenti migliorano la qualità delle decisioni pubbliche e la sicurezza delle persone.

 

Turtle’s AI: Il ruolo operativo della rete: quali contributi specifici porta oggi Arkytec 360 dentro BIMops, tra casi d’uso, competenze, cantieri e processi?

Stefano Arnoldi: I professionisti e le imprese che ne fanno parte sono conosciuti sul mercato da decenni, sia dalla Pubblica Amministrazione sia dagli operatori privati. Parliamo di figure che lavorano negli appalti da 25, 30, 40 e persino 50 anni. E non è un modo di dire: la documentazione ufficiale riporta profili che hanno progettato, costruito, diretto e gestito cantieri di strade, ponti, gallerie, metropolitane, ospedali, bonifiche ambientali e dispute tecniche complesse.

È un patrimonio esperienziale che nessun laboratorio universitario può simulare. Ed è qui che un dottorato cambia livello. Grazie alle relazioni consolidate negli anni dai partner della rete, le opere su cui condurre ricerca possono arrivare per via diretta o indiretta: attraverso cantieri, gare, monitoraggi, collaborazioni con enti, progettazioni in corso o attività specialistiche. La Pubblica Amministrazione pubblica ogni anno migliaia di progetti: le occasioni ci sono sempre, e noi siamo già dentro quei processi.

Ecco perché un dottorato con l’Università di Genova, in cui Arkytec 360 riveste il ruolo di promotore unico e interlocutore unico, ha un valore speciale. Perché dietro questo nome unico non c’è un soggetto solo, ma la volontà di far crescere la capacità innovativa e la competitività di molti: una comunità di professionisti e imprese che unisce esperienze diverse per trasformare davvero il modo in cui ascoltiamo, misuriamo e curiamo le opere.

 

Turtle’s AI: L’azione di A360 SPM: in che modo la società benefit traduce la ricerca in strumenti concreti per appalti, smart city e manutenzione intelligente?

Stefano Arnoldi: A360 SPM è la parte della rete che trasforma la ricerca in strumenti reali. E questo non è uno slogan: è scritto nel Contratto di Rete, nel suo oggetto sociale, nella sua natura di Start-up Innovativa e nella sua missione di società benefit.

Nel contratto di rete è definito in modo chiaro che A360 SPM ricopre la funzione di Struttura di Project Management (SPM) della rete: in pratica, il PMO operativo. Significa che A360 SPM è la struttura che coordina le attività tra i diversi partner della rete, mette metodo dove ci sono complessità, assicura che i progetti rispettino tempi, costi, qualità e obiettivi, rende tracciabili le decisioni, governa le informazioni lungo tutto il ciclo di vita dell’opera, trasforma la ricerca in procedure, strumenti, modelli, piattaforme.

A360 SPM sviluppa un sistema integrato di gestione delle informazioni digitali e delle prove, pensato per gli appalti pubblici e privati e pienamente coerente con il D.Lgs. 36/2023.

Come società benefit, A360 SPM ha scopi obbligatori iscritti nello statuto. Tra questi uno è particolarmente centrale per BIMops: “migliorare il benessere nei luoghi di vita e lavoro, garantire sicurezza, utilità e impatto economico a lungo termine.” Questo non è un dettaglio formale: è ciò che vincola la società a partecipare nella definizione di metodi e strumenti che servano non solo alla commessa, ma alla collettività, alla sicurezza delle persone, alla qualità degli spazi in cui vivono e lavorano.

 

Turtle’s AI: Dalla Smart City all’Interactive City: come colleghi la visione di A360 con il lavoro sui gemelli digitali e sugli algoritmi di AI sviluppati in BIMops?

Stefano Arnoldi: La Smart City raccoglie dati. L’Interactive City li interpreta, li restituisce e dialoga. Grazie al digital twin, ogni opera può avere un modello dinamico che vive, cambia, registra, confronta, apprende. Grazie all’AI, questo modello non si limita a rappresentare: capisce cosa sta accadendo, individua un’anomalia, anticipa un rischio, riconosce un pattern di degrado. È l’evoluzione naturale della Smart City: non una città che “manda dati a una sala controllo”, ma una città che collabora con chi deve prendere decisioni.

 

Turtle’s AI: Errori frequenti: quali sono le trappole che vedi nella digitalizzazione del ciclo di vita delle opere e come evitare che il BIM resti solo un’etichetta?

Stefano Arnoldi: La digitalizzazione del ciclo di vita delle opere è una grande opportunità, ma oggi è anche piena di trappole. E alcune si stanno già manifestando in modo molto chiaro.

La prima trappola è pensare che il BIM, l’AI o i sensori siano “la digitalizzazione”. Non è così. Sono strumenti a supporto dei processi di gestione delle informazioni. La digitalizzazione non è la tecnologia: è la condivisione strutturata delle informazioni che supportano le decisioni.

E qui emerge l’errore più frequente: se digitalizzi un processo inefficiente, ottieni solo un processo inefficiente più veloce. È esattamente ciò che ha bloccato molte “smart city”: tanta tecnologia, zero governance.

Per evitare che il BIM resti una semplice etichetta, va compreso che è il contenitore comune e neutrale delle informazioni. E questo comporta alcune condizioni fondamentali: neutralità tecnologica, file aperti e interoperabili, niente formati nativi o proprietari che creano problemi legali, ad esempio perché violano il diritto d’autore e la proprietà intellettuale e industriale, continuità informativa lungo tutto il ciclo di vita, non solo in progettazione o costruzione.

La seconda trappola è la mancanza di un Responsabile dell’intero ciclo di vita dell’opera, non un semplice “responsabile unico del progetto”. Finché questi elementi mancano, il BIM rimane un esercizio grafico, un adempimento, un’etichetta. Quando invece vengono rispettati, diventa ciò che deve essere: il linguaggio comune che permette all’opera di esprimersi e di dire “ops, guarda qui” prima che il problema esploda.

 

Turtle’s AI: L’impatto sul bene comune: come si misura, nel tempo, il valore sociale, ambientale ed economico di un progetto come BIMops?

Stefano Arnoldi: Qui che entra in gioco il dottorato: servono modelli, metodologie e metriche nuove, capaci di misurare ciò che oggi non viene misurato, dai segnali deboli del degrado al valore dei rischi evitati, dal benessere generato dai servizi continui alla riduzione dell’impronta ambientale lungo i 30–50 anni di vita di ogni fase di un’opera, capace di generare utilità fino alla sua demolizione. Il dottorando BIMops lavorerà anche e soprattutto su questo: creare indicatori che non esistono ancora, per misurare un valore che esiste da sempre: il bene comune.

Sul piano economico, il vero valore non è quanto costa un sensore o un investimento di manutenzione, ma quanto non spendi più per colpa del degrado non visto o per l’emergenza che non devi più gestire. Sul piano sociale, il valore riguarda ciò che interessa davvero ai cittadini: i benefici attesi dall’usabilità dell’opera, la continuità del servizio, la sicurezza quotidiana. Sul piano ambientale, le norme e la Direttiva EPBD chiedono esattamente questo: performance reali e monitorate, non performance teoriche o dichiarate.

 

Turtle’s AI: AI responsabile: come gestite temi come trasparenza degli algoritmi, cybersecurity e rischio di bias quando l’AI entra nelle infrastrutture critiche?

Stefano Arnoldi: La Tecnologia non “decide”, non “certifica”, non “chiude” un’opera. La tecnologia segnala a chi di dovere, confronta, mette in correlazione, individua anomalie, anticipa pattern, aiuta a vedere ciò che l’occhio umano non può cogliere ogni giorno. L’ultima parola resta al tecnico, alla PA. Sempre.

E questo vale ancora di più per la cybersecurity. Non può essere “una scelta a monte”: va progettata caso per caso, valutando se sia più sicuro: centralizzare o decentralizzare, se restare in Cloud o in Edge locale. La regola è una sola: la cybersecurity deve essere progettata insieme al digital twin, non dopo. Perché la sicurezza dell’informazione è parte della sicurezza dell’opera, tanto quanto il calcestruzzo, l’acciaio o la manutenzione.

 

Turtle’s AI: I primi progetti e la Liguria: quali infrastrutture verranno analizzate per prime, anche fuori regione, e che tipo di collaborazione immaginate con la Liguria per consolidare un laboratorio territoriale nel medio periodo?

Stefano Arnoldi: La verità è che BIMops non nasce su un foglio bianco: nasce già con i primi progetti reali, alcuni già avviati e altri in fase di formalizzazione. Il primo caso pilota è partito a febbraio 2024 in Lombardia: un edificio reso disponibile da un privato come living lab fino al 2050, nel solco della Direttiva EPBD. Un orizzonte lunghissimo, che ci permette di fare tutti i tipi di test necessari, misurando segnali deboli, degrado, manutenzione e benefici reali nel tempo. È il laboratorio zero, quello che ci ha fatto capire che il modello funziona.

In Liguria abbiamo già un primo segnale molto importante: una delibera condominiale del 2024 che ha deciso di preparare l’edificio all’intelligenza e allo scambio dati. In pratica, il condominio sta realizzando la spina dorsale digitale dell’edificio: la dorsale su cui, nel tempo, potranno essere agganciate le tecnologie di monitoraggio e i sensori. È un gesto simbolico ma potentissimo. Significa che una comunità di privati ha scelto che non deve essere il singolo alloggio a digitalizzarsi, ma l’intero edificio: la struttura condivisa, la parte comune. E soprattutto ha compreso una cosa fondamentale: che un edificio intelligente è un’opera che può acquisire, condividere e storicizzare dati nel tempo. Non è un gadget tecnologico.

In questi 18 mesi si sono aperti diversi casi reali con PA e privati. Ovunque proponiamo una cosa semplice: predisporre l’opera all’intelligenza, cioè creare la sua spina dorsale digitale. Quando l’infrastruttura dati è pronta, installare sensori e sistemi IoT diventa un passo breve e naturale.

Le prime applicazioni, contrattualizzate e in corso, a cui abbiamo offerto la nostra consulenza strategica:

• Due serbatoi pensili non sono manufatti qualunque: sono elementi di un gestore del servizio idrico, sono in esercizio e necessita di manutenzione per la sicurezza sismica. Questo li colloca a pieno titolo tra le infrastrutture critiche di servizio pubblico, perché contribuiscono alla continuità dell’erogazione dell’acqua, al bilanciamento della rete e alla sicurezza idrica della comunità.

• La pista ciclabile a sbalzo sul lago nasce in un contesto ANAS, un’opera leggera solo all’apparenza, ma esposta a vento, vibrazioni, variazioni termiche e condizioni ambientali complesse. È un caso ideale per testare modelli predittivi sul comportamento dinamico e sulla degradazione dei materiali, proprio perché combina infrastruttura, ambiente e sicurezza dell’utenza.

Oltre ai primi casi già avviati, stiamo ricevendo richieste dai partner della rete o avanzando proposte spontanee agli enti e agli operatori economici con cui collaboriamo su diverse tipologie di opere. Parliamo di:

• cupole in vetro, sensibili a microspostamenti, vibrazioni e shock termici;

• impianti produttivi, dove la continuità operativa è un requisito critico;

• tralicci elettrici, soggetti a vento, corrosione, sovraccarichi e deterioramento dei materiali;

• fognature, esposte a eventi meteorici intensi, ingressi d’acqua oltre la capacità, occlusioni, accumuli di detriti, e che devono rispettare gli standard di continuità del servizio richiesti da ARERA.

Sono opere molto diverse tra loro, ma tutte accomunate da un punto decisivo: possono diventare più sicure e più efficienti se predisposte all’intelligenza, alla misura continua e allo scambio dati.

E non partiamo da zero: AGISCO, partner della ricerca, installa sensori e sistemi di monitoraggio da oltre quarant’anni. AGISCO opera da oltre quarant’anni nel settore del monitoraggio strutturale, geotecnico e ambientale. Nel tempo ha lavorato con tre grandi categorie di clienti:

1. Pubbliche Amministrazioni e gestori di infrastrutture, con casi molto noti come il Ponte San Giorgio a Genova o la Lanterna, oltre a ponti, gallerie, frane, reti idriche e opere diffuse sul territorio nazionale.

2. Grandi imprese di costruzione e società di ingegneria, che si affidano a strumenti collaudati e misure certificate per cantieri complessi.

3. Gestori di infrastrutture sensibili e impianti industriali, dove continuità operativa, sicurezza e controllo dei rischi sono essenziali.

Chi ha misurato la realtà per una vita intera permette all’opera di diventare intelligente in modo serio, affidabile e non improvvisato. E infatti, dove c’è già AGISCO, spesso esiste già una base di dati storici preziosa, su cui i modelli predittivi possono costruire valore.

Non dimentichiamo che nel Paese sono già attive sperimentazioni importanti, come le tratte ANAS per le Smart Road o la piattaforma Navigard di Autostrade per l’Italia: segno che la trasformazione digitale delle infrastrutture non è un’ipotesi, è un processo già in corso. BIMops si inserisce esattamente in questo scenario, portando metodo, integrazione e una visione di ciclo di vita. Ed è un progetto aperto, non chiuso in un laboratorio: chiunque - enti, imprese, professionisti, gestori, perfino condomìni - può entrare, proporre un caso studio, condividere dati o collaborare anche mentre il dottorato è in corso. Perché lo scopo non è costruire solo una piattaforma proprietaria, ma fare crescere un ecosistema che mette insieme ricerca, territorio e opere reali.

 

Turtle’s AI: Nuove professionalità: come dovrebbe evolvere la formazione tecnica e manageriale per creare figure capaci di dialogare con codice, cantiere e finanza pubblica?

Stefano Arnoldi: Oggi non basta più una competenza sola. Le opere sono complesse, il territorio è complesso, le norme sono complesse, i dati sono complessi. Per questo, con molta franchezza, mi chiedo se il modello classico della formazione sopravviverà così com’è. La laurea o la magistrale non saranno più un punto di arrivo: saranno un punto di partenza.

La verità è disarmante: la tecnologia corre molto più veloce dei percorsi accademici, e senza formazione permanente, quindi non solo continua, ma integrata nella pratica quotidiana, una professionalità rischia di diventare obsoleta in tre anni. La formazione deve quindi evolvere in due direzioni:

• lo specialista verticale, che garantisce profondità e padronanza della materia, ma con la mente aperta alla multidisciplinarità;

• il manager del ciclo di vita, che garantisce integrazione, governance e capacità decisionale, tenendo insieme codice, cantiere e finanza pubblica.

Lo specialista assicura la qualità tecnica. Il manager assicura che tutto funzioni nel lungo periodo. E solo insieme, non da soli, riescono a far vivere le opere lungo tutto il loro ciclo di vita. Il futuro appartiene a chi è capace di attraversare i silos, non a chi resta chiuso dentro il proprio.

 

Turtle’s AI: La visione a dieci anni: cosa speri diventi l’alleanza tra università, rete di professionisti e giovani ricercatori nella trasformazione digitale degli appalti?

Stefano Arnoldi: Dobbiamo dirlo con chiarezza: i progetti, oggi, nascono già obsoleti. Non perché manchi la tecnologia, ma perché i tempi di approvazione sono così lunghi che, quando il progetto arriva al cantiere, la conoscenza è già andata avanti di due o tre generazioni. La ricerca produce soluzioni nei laboratori, nei brevetti, nei journal. Ma quella conoscenza resta lì. Non entra nel progetto.

E quando provi a inserirla dopo, diventa complicato, costoso, pieno di varianti. Il risultato è paradossale: la ricerca corre, le opere non producono i benefici, e noi continuiamo a inaugurare idee vecchie di anni.

La trasformazione che immagino per i prossimi dieci anni è esattamente opposta: che i ricercatori diventino input del progetto, fin dalla primissima ideazione. Non spettatori. Non consulenti a posteriori. Co-progettisti al pari dei tecnici ordinistici. Se la ricerca entra all’inizio, il paradosso si ribalta: le opere non inseguono più l’innovazione, la integrano; non diventano obsolete mentre nascono, ma si fondano su ciò che già sappiamo e su ciò che possiamo prevedere.

Per questo dico che l’alleanza tra università, rete di professionisti e giovani ricercatori deve diventare un nuovo standard del settore: una piattaforma stabile, continua, in cui la PA, le imprese e l’accademia costruiscono insieme. Solo così gli appalti smetteranno di essere sistemi rigidi e diventeranno sistemi intelligenti, capaci di apprendere, migliorare e prevenire mentre si progettano, si costruiscono e si gestiscono. Questa, per me, è la vera trasformazione digitale ed ecologica.

 

Turtle’s AI: Domanda finale aperta: cosa diresti oggi a un giovane che vuole investire il proprio talento in un progetto che unisce AI, infrastrutture e bene comune?

Stefano Arnoldi: A un giovane direi - ridendo, ma con tutta la serietà del caso - che hai scelto di fare l’errore più grande se pensi di entrare in questo campo per interesse personale, o per fare un favore a chi ti pagherà.

Perché in questo settore, se lavori solo per te stesso o per qualcun altro, stai buttando via il talento: quel talento che - per dirla con Steve Jobs - ti rende “affamato e folle”, capace di non accettare un processo solo perché “si è sempre fatto così”.

Ma è anche l’“errore” più bello che puoi fare se comprendi una verità che in Italia dovrebbe essere scolpita sulle facciate dei ministeri, nei politecnici e negli uffici degli operatori economici: il tuo talento non rimane chiuso in un software o in un documento. Questo è uno dei pochi campi in cui il valore del tuo lavoro non si ferma alla tua scrivania: si riversa direttamente sulla vita delle persone.

Qui il tuo talento diventa sicurezza, prevenzione, valore pubblico. Diventa un ponte che non crolla, una scuola che non si degrada, un’opera che vive meglio perché qualcuno, insieme a te, ha avuto la lucidità di guardare oltre, di vedere ciò che altri non vedono, di ascoltare i segnali deboli prima che diventino emergenze.

Se scegli questo cammino, non stai solo costruendo competenze: stai costruendo futuro - per te, per le generazioni passate che meritano rispetto, e per quelle future che meritano un Paese più sicuro e più intelligente. E poche scelte, nella vita, hanno davvero questo peso.