Quando l’algoritmo sfida l’obiettivo: Stability AI mette all’angolo Getty Images nei tribunali di Londra | | | | Turtles AI
La società londinese Stability AI ottiene una vittoria significativa nel processo presso l’High Court of England and Wales contro l’agenzia Getty Images: le accuse di violazione di copyright vengono respinte, mentre una parte della contestazione sul marchio (“watermark”) viene accolta. Il dibattito sul futuro dell’IA e del diritto d’autore resta aperto.
Punti chiave:
- Getty Images aveva citato Stability AI per aver usato circa 12 milioni di immagini protette per addestrare il modello Stable Diffusion.
- Il giudice Joanna Smith ha stabilito che l’AI non ha “memorizzato né riprodotto” le opere protette e quindi non configura una copia contraffatta ai sensi del diritto d’autore britannico.
- La corte ha però rilevato una violazione limitata del marchio Getty, poiché alcune immagini generate includevano filigrane “Getty/iStock”, e la responsabilità è stata attribuita al fornitore del modello, non all’utente.
- Il verdetto lascia però molte domande senza risposta riguardo a dove tracciare il confine tra “fair dealing” per l’addestramento AI e il diritto d’autore, in particolare su scala internazionale.
Nel cuore di Londra, il confronto fra creatori visivi e tecnologi si è consumato davanti all’High Court di Londra: Getty Images, la gigantesca banca fotografica con sede negli Stati Uniti, aveva puntato il dito verso Stability AI accusandola di aver saccheggiato la sua libreria per alimentare la creatività automatica del modello Stable Diffusion. Il processo atteso come un punto di riferimento per l’AI generativa e i diritti d’autore ha preso una piega significativa quando, a metà dibattimento, Getty ha ritirato le accuse principali relative alla violazione diretta del copyright, citando difficoltà nel provare che l’addestramento fosse avvenuto nel Regno Unito. La giudice Joanna Smith ha preso atto di questa rinuncia e, nella sentenza uscita il 4 novembre 2025, ha inteso che un modello d’AI che non conserva né riproduce opere tutelate non può essere equiparato in base alla normativa britannica a una “copia contraffatta”. In altri termini, l’azione dell’AI permane nella zona grigia: pur avendo beneficiato dell’esposizione alle opere, non ha generato una copia identica, permanente o distribuibile, per cui il dispositivo legale del “secondary copyright infringement” non trova applicazione nel caso specifico. Non tutto però è perduto per Getty: il tribunale ha stabilito che alcune immagini generate dal modello contenevano filigrane riconducibili a Getty/iStock e ciò è stato considerato una violazione del marchio. La compagnia sottolinea che la responsabilità risiede nel fornitore della tecnologia e non soltanto nell’utente finale. Nonostante le cifre per Getty siano inferiori alle attese, la vittoria parziale sul marchio costituisce comunque un riferimento per i detentori di diritti visivi. Dal canto suo, Stability AI accoglie il verdetto come una risoluzione dei timori principali in materia di copyright e dichiara che il modello può continuare a evolvere. Eppure la sentenza per quanto “storica ma estremamente limitata” nelle parole del giudice lascia ancora un vuoto normativo: non definisce in modo chiaro se l’uso di opere protette per addestrare modelli d’AI sia in futuro lecito o meno, soprattutto quando l’addestramento avviene oltre confine o su infrastrutture internazionali. La vicenda si inserisce in un contesto internazionale più ampio in cui anche altri soggetti dagli autori di libri alle major cinematografiche hanno sollevato analoghe contestazioni nei confronti della generativa AI. A latere, il governo britannico sta valutando una deroga al diritto d’autore per “text and data mining” che potrebbe ridefinire il panorama.
Alla fine, restano in campo due vincitori: Getty, che ottiene un riconoscimento sul marchio; Stability, che evita l’onere maggiore delle rivendicazioni sul copyright.


