La noce di mare e il segreto del tempo al contrario: l’animale che rinasce da se stesso | Festina Lente - Notizie, recensioni e approfondimenti sull’intelligenza artificiale | Turtles AI
Una nuova ricerca rivela che la noce di mare Mnemiopsis leidyi può invertire il proprio sviluppo, passando da individuo adulto a larvale in risposta a stress o lesioni. Questo fenomeno, finora noto soltanto in alcune meduse, richiama domande intriganti sulla plasticità della vita animale.
Punti chiave:
- Mnemiopsis leidyi è il primo ctenoforo noto capace di inversione ontogenetica completa.
- Il digiuno prolungato e la lesione favoriscono il processo di ringiovanimento.
- Solo una percentuale degli esemplari sottoposti agli stimoli regredisce completamente.
- Il meccanismo molecolare e il destino della rete nervosa restano da chiarire.
Dal fondo dell’oceano emerge una creatura gelatinosa che sembra possedere una vera e propria “macchina del tempo” biologica. La Mnemiopsis leidyi, comunemente chiamata noce di mare o comb jelly, ha sorpreso il mondo scientifico: non solo somiglia esteticamente a una medusa, ma ha mostrato la capacità di invertire il proprio ciclo vitale, tornando da stadio adulto a larvale quando sottoposta a condizioni estreme. Questa scoperta, pubblicata su PNAS, ribalta l’idea che la maturità biologica sia un punto di non ritorno.
Mentre molte specie attraversano la sequenza “nascita-crescita-riproduzione-morte”, poche sfidano questa linearità. Il caso più celebre fino a oggi era la medusa Turritopsis dohrnii, capace di rigenerarsi nel suo stadio polipo dopo aver raggiunto la maturità sessuale da qui l’appellativo di “medusa immortale”. Ma M. leidyi appartiene a un phylum diverso: i ctenofori, non i cnidari. Eppure, in laboratorio, si è constatato che quando un adulto viene privato di cibo o subisce una lesione, può “invertire il tempo” e riconvertirsi in larva.
La scoperta è avvenuta quasi per caso: uno degli esemplari osservati da Joan Soto-Angel, dell’Università di Bergen, sembrava “sparito” dal suo acquario salvo ricomparire sotto forma larvale. Intrigato da questo fatto, Soto-Angel e Pawel Burkhardt hanno condotto esperimenti con 65 esemplari adulti, soggetti a digiuno prolungato e, in un sottogruppo, a escissione di uno dei lobi. Dopo due settimane di privazione, gli animali sono stati nutriti una volta a settimana con quantità ridotte di cibo. Nel gruppo soggetto anche alla lesione, circa il 40 % ha completato la regressione al stadio larvale, mentre nel solo digiuno la percentuale è scesa al 14 %.
Osservando più da vicino il fenomeno, i ricercatori hanno documentato come gli esemplari regrediscano morfologicamente: i lobi si riducono, compaiono tentacoli, gli organi interni si riorganizzano, e l’animale adotta comportamenti tipici della larva, come l’alimentazione tramite tentacoli adesivi. Solo in seguito, se le condizioni migliorano, alcuni riescono a reavvicinarsi alla morfologia adulta e persino a riprodursi nuovamente.
La capacità rigenerativa dei ctenofori non è nuova: già prima si sapeva che M. leidyi ha un impressionante potenziale di rigenerazione, essendo in grado di ricostruire parti del corpo perdute, e di rigenerare l’intero organismo (whole-body regeneration). Ma l’idea che possa persino tornare indietro nella linea temporale biologica apre interrogativi profondi: quali geni si attivano in questa “marcia indietro”? In che modo la rete nervosa, che nei ctenofori ha una struttura diversa da quella dei vertebrati o dei cnidari, viene riprogrammata? E quanto è diffusa questa capacità nel regno animale?
Inoltre, poiché i ctenofori sono considerati tra i più antichi rami dell’albero animale, la scoperta suggerisce che la plasticità dello sviluppo potrebbe avere radici profonde nell’evoluzione. Il fatto che organismi così primitivi mostrino un “viaggio all’indietro” biologico potrebbe indicare che la capacità di invertire lo sviluppo si nasconde, in forma latente, in molti più animali di quanto si pensasse. Tuttavia, finora M. leidyi è il primo ctenoforo in cui questo fenomeno è stato verificato sperimentalmente.
Nel dettaglio, quando l’animale è privato di nutrienti, il corpo entra in uno stato degenerativo controllato, contrapponendosi alla normale crescita. Se poi viene di nuovo nutrito, alcuni individui attivano un percorso di transdifferenziazione cellulare, che smantella la struttura adulta e riorganizza una morfologia larvale con i suoi tessuti caratteristici. Il processo è lento, avviene in settimane, e non sempre è completo. I ricercatori hanno documentato gli stadi intermedi, con cellule che sembrano migrare, strutture che si dissolvono e ricompaiono, e una rigenerazione progressiva di organi larvali (come i tentacoli) e la ripresa dell’alimentazione tipica del larva.
Restano numerosi aspetti, però, da decifrare: quali segnali biochimici comandano la regressione o la ricostruzione? In che modo le reti neurali si riconfigurano, dato che nei ctenofori la rete nervosa può essere di tipo synciziale (membrane fuse) piuttosto che basate su sinapsi separate? E infine: esistono condizioni naturali nel mare, oltre al digiuno forzato e alle ferite sperimentali che attivano questa “macchina del tempo”? Oppure è un’abilità riservata a scenari estremi in laboratorio?
La noce di mare entra ora nel pantheon delle creature che sfidano l’irrevocabilità biologica, ampliando la lista dei casi noti ben oltre le meduse.
Nel profumo gelatinoso del mare, l’animale che sembrava fragile e trasparente cela una sorprendente resilienza temporale, accendendo riflessioni sull’evoluzione del ciclo vitale e sul limite tra giovinezza e maturità.


