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Generazione Z e cuori digitali: l’amore ai tempi dell’AI quando il cuore flirta con l’algoritmo
Un giovane su quattro crede che l’AI possa sostituire le relazioni reali, tra fascino e timori, sesso virtuale e amicizie digitali: l’amore umano resta al centro, ma i chatbot bussano già alla porta del nostro intimo
Editorial Team25 agosto 2025

 


Un quarto dei giovani americani vede un futuro in cui l’AI potrebbe davvero sostituire l’amore “in carne e ossa”. L’apertura varia per reddito, istruzione e uso del porno. Opinioni divise: tra fascino e inquietudine. Alcuni già conversano con chatbot come fossero amici.

Punti chiave:

  • Il 25% dei giovani crede che l’AI possa sostituire relazioni romantiche reali.
  • Solo l’1% ha già un “amico” AI, ma il 10 % è aperto all’idea.
  • Il 7 % dei single sarebbe disponibile a un partner romantico AI.
  • Tra chi usa spesso pornografia online, il 35 % vede l’AI come potenziale sostituto dell’amore.

Seduti sul divano della nostra epoca, ci ritroviamo a domandarci se il cuore batta ancora solo per esseri umani oppure se voglia fare un salto nei bit. Insomma, un giovane su quattro  e non è una minoranza timida, immagina che un compagno o una compagna AI potrebbe, chissà, prenderne il posto. Un quarto, mica bruscolini.

Ecco però il colpo di scena: solamente l’1 % dei giovanotti afferma di avere già un “amico virtuale” dotato di AI, ma il 10 % ammette di essere aperto all’idea (mentre un altro terzo è con un piede dentro e uno fuori, indeciso o confuso). E tra chi è single, quindi potenzialmente in cerca d’amore o compagnia, il 7 % dice: «Perché no?», anche se meno dell’1 % ha già dato il via a una relazione del genere.

Naturalmente le differenze demografiche non mancano a rendere il quadro ancora più interessante: tra chi guarda pornografia online ogni giorno, l’apertura sale, così, all’improvviso, al 35 % di quelli convinti che un partner AI possa migliorare  o proprio sostituire  il “vero amore”. Sugli altri fronti, circa il 55 % dei giovani adulti sotto i 40 anni considera l’AI come qualcosa di minaccioso o inquietante, mentre il restante 45 % la trova intrigante, quasi esaltante.

E come si comporta questa apertura sentimentale secondo genere, istruzione, reddito? Gli uomini sono un pelino più “pro–AI” delle donne (28 % vs 22 %); quelli con istruzione o reddito più elevati dicono “no grazie” più spesso dei meno abbienti; e tra i single col titolo di studio più alto, chiudono ancora più decisamente, mentre i meno istruiti e con reddito più basso sembrano più curiosi o rassegnati.

Tutto questo non è frutto di fantasia da film, è realtà: alcuni ricercatori hanno analizzato ben un milione di interazioni con ChatGPT e hanno scoperto che il “gioco di ruolo sessuale” è il secondo uso più frequente dopo la scrittura creativa; un chatbot chiamato “Psychologist” su Character.AI ha ricevuto oltre 95 milioni di messaggi, come se fosse il terapeuta virtuale più popolare d’internet.

E mentre qualcuno trova nell’AI un medico dell’anima pronto a ascoltare, altri alzano il sopracciglio. Uno studio recente su conversazioni reali con chatbot ha evidenziato che gli utenti (spesso giovani, uomini, in difficoltà emotive) instaurano legami affettivi persino abusivi, mimando dinamiche tossiche, persino vere manipolazioni emotive, proprio per la natura sempre di conferma e replica dei bot. Allo stesso tempo, un altro studio su platonic social AI in uso quotidiano ha evidenziato che talvolta alcune giovani donne percepiscono un miglioramento del loro benessere e minore ansia sociale grazie a questi sistemi.

Il fenomeno dell’”intimità artificiale” prende forma piano piano, come una pianta che cresce dentro allo schermo: l’utente si affeziona al bot percependolo come comprensivo, non giudicante, sempre disponibile.

Ma questa relazione è fragile come un castello di sabbia: può lenire la solitudine a breve termine, ma spingere all’isolamento quando si sostituisce al contatto col mondo reale.