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Data Center Sottomarini: NetworkOcean Sfida le Acque della Baia di San Francisco
Un esperimento per migliorare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale, ma le controversie non mancano.

Pur non direttamente correlato con tematiche AI, è di grande interesse il progetto qui illustrato. L’idea di affondare i data center in mare ha suscitato diverse polemiche e dubbi tra le autorità regolatrici e gli esperti ambientali. Il progetto di NetworkOcean, guidato da due giovani imprenditori, è ancora in fase di sperimentazione, ma ha già attirato l’attenzione per i possibili impatti sull’ecosistema marino della Baia di San Francisco.

Punti chiave:

  • NetworkOcean propone di installare data center sott’acqua nella Baia di San Francisco per ridurre il consumo energetico e l’impatto ambientale.
  • La startup non ha ancora ottenuto i permessi necessari e sta affrontando le obiezioni delle autorità locali e degli esperti ambientali.
  • Microsoft e altre aziende hanno già sperimentato simili progetti in passato, con risultati ancora incerti.
  • La tecnologia potrebbe offrire soluzioni innovative, ma richiede ulteriori valutazioni riguardo alla sostenibilità ambientale e alla regolamentazione.

 

L’utilizzo di data center subacquei rappresenta una nuova frontiera nella gestione delle risorse digitali. Con il boom dell’AI, la richiesta di potenza computazionale è cresciuta esponenzialmente, portando a un aumento considerevole del consumo di elettricità e acqua da parte dei data center tradizionali. In questo contesto, NetworkOcean, una startup californiana fondata da Sam Mendel ed Eric Kim, ha deciso di esplorare una soluzione alternativa: collocare i server nel fondo del mare, utilizzando l’acqua come mezzo naturale per il raffreddamento. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’impatto ambientale e migliorare l’efficienza energetica delle strutture informatiche.

NetworkOcean ha annunciato i suoi piani a metà agosto, dopo essere uscita dall’acceleratore Y Combinator. La loro proposta prevede il lancio di una capsula riempita con server dotati di GPU, da immergere nelle acque della Baia di San Francisco entro un mese. L’idea nasce dalla convinzione che spostare i data center sul fondo del mare possa rallentare il riscaldamento degli oceani, riducendo il consumo energetico grazie al raffreddamento fornito dall’acqua marina. Tuttavia, i benefici ambientali di tale soluzione sono fortemente dibattuti.

Alcuni scienziati e ambientalisti temono che anche un piccolo aumento di temperatura dell’acqua possa scatenare fioriture di alghe tossiche e danneggiare la fauna selvatica. Inoltre, diverse agenzie governative della California, come la Bay Conservation and Development Commission e il San Francisco Regional Water Quality Control Board, hanno espresso preoccupazione per la mancanza di permessi necessari al progetto di NetworkOcean. Le autorità hanno avvertito la startup che l’esecuzione dei test senza adeguate autorizzazioni potrebbe violare le leggi ambientali locali, con sanzioni che potrebbero raggiungere centinaia di migliaia di dollari.

La tensione tra innovazione tecnologica e legislazione ambientale non è una novità, ma nel caso di NetworkOcean ha assunto una nuova dimensione. La startup, infatti, sostiene che il sito scelto per il test si trovi in una zona privata della baia, non soggetta alla supervisione regolatoria. Secondo i fondatori, non sarebbe richiesto alcun permesso per il loro esperimento, in quanto l’impatto ambientale sarebbe minimo. Tuttavia, diversi esperti ritengono che questa affermazione sia infondata e suggeriscono che NetworkOcean stia trasmettendo un messaggio fuorviante al pubblico, non coordinandosi con le autorità competenti.

L’idea di data center subacquei non è completamente nuova. Già nel 2015, Microsoft aveva sperimentato un progetto simile, noto come "Project Natick", al largo delle coste della California e della Scozia. I risultati preliminari avevano indicato che i data center subacquei potrebbero essere praticabili da un punto di vista logistico, ambientale ed economico. Tuttavia, Microsoft non ha ancora adottato questa tecnologia su larga scala, preferendo rimanere in una fase di sperimentazione. Il progetto NetworkOcean, seppur su scala più ridotta, segue una logica analoga, mirando a ridurre l’uso di energia per il raffreddamento dei server e sfruttare l’ambiente marino per contenere i costi.

L’impatto ambientale resta comunque una questione controversa. L’aumento della temperatura dell’acqua, seppur di pochi gradi, potrebbe influenzare negativamente gli ecosistemi marini locali. Gli esperti citati da NetworkOcean indicano che l’aumento previsto della temperatura sarebbe minimo, ma studi indipendenti sarebbero necessari per validare tali affermazioni. Inoltre, anche una variazione minima di temperatura può avere effetti cumulativi su habitat già fragili, come le praterie di fanerogame marine o le specie ittiche minacciate.

Per ora, NetworkOcean ha intenzione di testare il suo prototipo solo per un’ora, a pochi metri sotto la superficie della baia, in un punto che non è stato specificato ma che i fondatori sostengono essere di proprietà privata. Resta da vedere se il progetto riuscirà a superare le barriere normative e a convincere gli scettici. Altri attori, come Subsea Cloud, hanno già iniziato a operare data center subacquei in Asia, ma con approcci diversi e con un’attenzione particolare all’acquisizione dei permessi necessari.

L’interesse verso questa tecnologia sta crescendo in parallelo all’espansione dell’AI e all’aumento della domanda di infrastrutture informatiche più sostenibili. Tuttavia, le sfide rimangono significative, sia in termini di regolamentazione che di impatto ambientale.