Clic d’autore cercasi: il motore Google gira, ma il traffico scivola | Intelligenza artificiale chat gpt | Ia generativa immagini | Llm meaning | Turtles AI
Google respinge le accuse secondo cui l’introduzione delle risposte AI nei risultati di ricerca eroderebbe il traffico web, sostenendo che i clic restano «relativamente stabili» e che l’AI stimola più ricerche – tuttavia i dati indipendenti raccontano un’altra storia.
Punti chiave:
- Google afferma che i clic organici rimangono quasi invariati anno su anno, e che la «qualità» dei clic è aumentata
- Il Pew Research Center ha rilevato che le AI‑Overviews riducono drasticamente i clic, dal 15 % al 8 %, con solo l’1 % dei casi in cui si clicca sul sommario stesso
- Studi di analytics (Autoritas) indicano che i siti perdono fino al 79 % del traffico quando appaiono sotto un riassunto AI
- Alcuni grandi editori, come Business Insider o Washington Post, registrano crolli del traffico fino al 55 %, con conseguenti riduzioni di personale
Alla fine della corsa tra “Google sveglia!” e “Google traditore?”, il motore di ricerca alza la voce: secondo Liz Reid, numero uno della ricerca, non c’è alcuna moria di click organici, ma anzi un volume che resta “relativamente stabile” rispetto all’anno scorso, e i clic che arrivano sono di “qualità superiore” – ovvero quei click che non fuggono dalla pagina all’istante. Un racconto rassicurante, che dipinge panorami sereni: l’AI non uccide il traffico, ma lo rende più proficuo.
Eppure, le indagini indipendenti cantano tutt’altra canzone. Il Pew Research separa con freddezza i dati: quando appare un riassunto generato da AI, i click sui link tradizionali scendono dall’ordinario 15 % a un misero 8 %, e pure cliccare sul sommario stesso è una rarità assoluta, appena l’1 % delle volte. Addirittura, i siti che appaiono sotto questi Overviews possono perdere fino al 79 % del traffico organico, come documentato da Autoritas.
E l’impatto diventa tangibile quando anche i big media inciampano: Business Insider, Washington Post, HuffPost vedono il loro pubblico sgretolarsi – fino al 55 %. Un bagno di sangue che porta licenziamenti e fragilità nel modello giornalistico tradizionale.
In mezzo si staglia la difesa di Google: l’AI spinge l’utente a porre domande più complesse, generando “ricerche più ricche” e clic più consapevoli – «chi clicca, approfondisce», proclama Reid. Ma senza numeri che accompagnino il discorso, l’apparenza di solidità vacilla di fronte alle cifre nette che scorrono dalle indagini altrui.
Nel gioco di specchi tra chi promette vitalità e chi vede un ecosistema prosciugato, il dubbio sorge inevitabile: Google sostiene che le AI‑Overviews non sostituiscono il web, ma lo promuovono; i dati suggeriscono invece che spesso il sommario è il traguardo finale, e il sito resta invenduto. Da questo dialogo sospeso emerge una verità evidente: i benefici dell’AI nella ricerca non sono distribuiti in modo uniforme, e restano affidati alla promessa non verificata dei «clic di qualità».
Un mosaico in movimento, senza pezzi certi, dove l’eco dei numeri stona con la musica ottimista del gigante di Mountain View.


